Forse è il caso di parlare anche di altro, soprattutto per un mio motivo pratico, non disperdere un lavoro molto proficuo e interessante. Dal 10 al 15 luglio, a Morosolo, sul lago di Varese, ho partecipato ad un seminario tenuto dal gruppo di ricerca sociale del Centro Coscienza. Vorrei raccontare questo seminario, vorrei lasciare una traccia di un lavoro intenso e significativo, utilizzando gli appunti presi con diligenza da scolaretta. Lo confesso: è anche un modo di distrarsi da un momento personale doloroso e da una situazione generale difficile come non mi è sembrata forse mai. Un grazie a Ida, Roberto, Marina, Guido, Pierluigi, Marcello, Rosa, Nicla, Elena, Michele, Pino, Cristina, Domenico, Sandra… a tutti. Questo lavoro è dedicato al ricordo di mio padre (Giuseppe) e non solo, anche ad un altro Giuseppe. Avvertenza: si tratta di note in ordine sparso, senza nessuna pretesa di organicità. E forse saranno pure poco chiare. Ma si tratta di un punto di partenza.
11 luglio, ore 8,30- 9,00.
E’ il lavoro del mattino, che apre sempre la giornata. Incontro con la natura. Vorrei parlarne a parte.
ore 9,40: Assemblea. Entriamo nel vivo dei lavori. Il tema del seminario è “La struttura giuridica della vita sociale”. Marina, Roberto, Guido, Francesca, presentano il percorso su cui saremo chiamati a riflettere e a confrontarci. Abbiamo bisogno di norme? L’uomo è in grado di svilupparsi senza norme? Cosa è norma e cosa caratterizza la mancanza di norme? In realtà è sensazione comune che il nostro paese sia profondamente segnato da una certa indifferenza alla norma in sé. Manca il senso di un orizzonte comune e il non rispetto delle norme ne è il segnale più vistoso. Ma cosa è norma? dice Socrate “Io dico che è giusto ciò che è conforme alla legge; la legge è ciò che per iscritto i cittadini hanno deciso per regolare la vita della comunità”. Ma se questa è la definizione di norma, cosa può segnare il confine tra democrazia e sistemi autoritari? La debolezza della norma porta alla nascita di privilegi e spesso la norma non è sentita come garanzia del bene comune. Da qui realtà come quella di Napoli, dove si manifesta continuamente il bisogno di anarchia e di supremazia dell’individuo. L’assenza di norma, il non riconoscimento della norma, rafforza la patologia sociale.
Su questo siamo tutti d’accordo, però un dubbio si fa avanti (Pino Nuovo): qualcosa della nostra vita istintiva, dei nostri impulsi ci mette spesso in conflitto con la norma. Il rispetto della norma ha in sé il rischio di schiacciare la vita istintiva ed è inevitabile andare con il pensiero alle dittature come quella nazista, fondate sul culto dell’obbedienza alle leggi dello stato. Cosa ci dice quando è giusto trasgredire o quando è giusto obbedire?
Ci soccorre una bellissima citazione di Martin Luther King, ce la presenta Domenico Di Lillo. “Quando si trasgredisce una norma, bisogna farlo con amore, alla luce del sole, pronti a subirne le conseguenze”. Così la disobbedienza diventa non una ribellione individuale, ma un atto di disobbedienza civile, in nome di un principio che riteniamo giusto.
Qual è il problema di Antigone? Antigone è l’eroina del mito greco. Un suo fratello, Eteocle, prese le armi contro lo zio, Creonte, diventato tiranno di Tebe; l’altro fratello, Polinice, difende Creonte e lo stato che lui rappresenta. Nello scontro muoiono entrambi; Creonte decreta gli onori funebri per Polinice, vieta ogni sepoltura ad Eteocle, richiamandosi alla legge che vieta la sepoltura ai cittadini che prendono le armi contro la patria. Antigone disobbedisce e dà simbolicamente sepoltura ad Eteocle. Lei si richiama alle “leggi degli dei, che non furono mai scritte”, leggi che prescrivono pietà per i defunti. Verrà condannata a morte. Una lettura vede Antigone come espressione degli affetti privati, Creonte come il garante dell’integrità dello stato: gli affetti privati devono anche soccombere alla ragione di stato e quindi Creonte non è un tiranno, ma è obbligato ad essere intransigente. Gustavo Zagrelbelsky, in uno dei testi che saranno oggetto delle nostre letture, propone un’altra interpretazione. Antigone e Creonte rispondono a due ordini di sentimento e di rapporto diversi tra di loro. Il vero dramma è la mancanza di qualsiasi possibilità di dialogo. Quello che va messo in discussione è l’idea che esista una giustizia assoluta, di cui qualcuno può farsi interprete unico. Questa sarà la base per riflettere sulla nostra Costituzione. La Costituzione va vista come un patto, non un assoluto.
Secondo passo: come è possibile definire un concetto univoco di giustizia in una società multiietnica, in cui si ritrovano a confronto diverse letture del mondo? Il diritto, dice Zagrelbelsky, deve farsi “mite”, deve cioè tendere non all’affermazione di principi astratti, ma a garantire la coesistenza e lo scambio di diverse visioni del mondo, a rendere possibile la convivenza, a promuovere l’interazione tra culture diverse.
Terzo passo: i cambiamenti della società impongono anche un cambiamento dei nostri sistemi di controllo e di sanzione. La giustizia tradizionale sul sistema retributivo (che sbaglia paga). Nella nostra Costituzione si afferma il principio che la giustizia deve essere per quanto possibile rieducativa. Oggi, invece, si sta affermando una lettura della giustizia come restitutiva, centrata cioè sulla riparazione del danno; riparare il rapporto che il danno ha lacerato, dar voce alle vittime per consentire di recuperare la dignità.
Quarto passo: una riflessione sull’esperienza della commissione per la riconciliazione e la verità che ha operato in Sudafrica sotto la guida di Desmnond Tutu. Una riflessione sul tema del perdono: che differenza c’è tra perdono e oblio?
Questa la cornice entro cui si sono svolti i lavori dei giorni successivi. Di cui parleremo un po’ alla volta. E scusate la pesantezza.