Inserito da: melisenda | Ottobre 29, 2007

tanto per non oziare…

Visto che lo studio comparato Ronchi/decreto 2006 procede a rilento, stasera vi offro uno stralcio, scelto abbastanza a caso ma non troppo, dell’esposto presentato da Raffaele Raimondi, presidente emerito della Corte di Cassazione. Lo trovate in versione integrale sul sito delle Assise di Palazzo Marigliano (mi rifiuto di inserire il link… stanchezza).  Il documento fa il punto della situazione, ma soprattutto ipotizza la possibilità di addebitare alle Autorità competenti il reato di disastro ambientale colposo. Un’ipotesi estremamente interessante. Il brano che riportiamo qui, invece, parla di inceneritori e di raccolta differenziata. Ne avevo già parlato, ma sono sicura che i miei lettori non solo sono tre, ma sono anche piuttosto pigri, per cui “servo” un pezzo in originale…  Alla prossima….

5 – Le regole e i principi sono, infatti, come i binari su cui corre un treno. Se il macchinista non si accorge di un segnale di arresto e il treno esce dai binari, deraglia e si scompagina, è poi difficile ricondurlo sul suo percorso. E’ quel che è successo per la gestione dei rifiuti in Campania, dove i binari sono i principi della normativa europea e di quella italiana di attuazione, in particolare il capo I, titolato appunto Principi generali, artt. 1 ss, d. lgs. n. 22/97 e succ. mod. In Campania, appunto, disattesi i principi, la gestione è deragliata, si è scomposta, e, come ha rilevato il neocommissario Bertolaso, la gente si è spaventata, sicchè questi fa fatica a riportare la gestione sui binari. Nelle altre regioni, dove pure vengono impiegati i termovalorizzatori – ma di ultima generazione – prima ancora, come la legge impone, si fa la raccolta differenziata, per cui i rifiuti anche fino al 60% vengono recuperati e trasformati da apposite aziende in prodotti di mercato. Il rifiuto diviene risorsa. In queste regioni lo smaltimento mediante incenerimento ha costituito davvero la fase residuale in piena osservanza del principio di cui all’art. 5, comma 1 d.lgs cit. L’interesse di chi gestisce l’incenerimento è tuttavia opposto a quello del recupero dei rifiuti. Perché meno se ne recuperano, più se ne devono bruciare e più si guadagna. E, magari, ai fini della combustione si ha interesse a bruciare frazioni differenziate come cartoni e plastiche, che potrebbero essere più utilmente recuperate. La questione fu posta in termini assai corretti dal subcommissario Giulio Facchi, che, al suo arrivo in Campania, in un’intervista rilasciata nel giugno 2000 a un giornale locale e rintracciabile su Internet, alla domanda se fossero davvero indispensabili i termovalorizzatori, ebbe a dichiarare testualmente “Se la raccolta differenziata raggiungesse la percentuale del 40% sarebbe sciocco prevedere impianti di incenerimento dei rifiuti”. “Ci dicono i tempi sono stretti”, obiettò l’intervistatore. Ma quello rispose:: “Il 40% di rifiuti riciclabili si può raggiungere in sei mesi”.

6 – Senonchè, in Campania la società dell’Italia settentrionale che si è aggiudicata la gara dello smaltimento, aveva la pretesa di bruciare l’intero quantitativo dei rifiuti prodotti in impianti ciclopici – quello realizzando in Acerra, si vuole, dovesse essere il più grande di Europa – impianti per giunta a distanza ravvicinata, in dispregio al principio della minima movimentazione, di cui all’art, 21, comma 3, lett. c), d. lgs. cit. e, in ogni caso sovradimensionati, come evidenziò la Commissione per la valutazione della compatibilità ambientale presso il Ministero dell’Ambiente nella sua relazione del 20/12/1999. Il massimo organo di consulenza dello Stato rilevò infatti che nella progettazione non si teneva conto del crescente quantitativo di rifiuti che avrebbe dovuto essere recuperato mediante la raccolta differenziata in non meno del 40% già alla data del 31/12/2001. La pretesa di bruciare tutti i rifiuti senza la raccolta differenziata, con la suaccennata tecnologia, vecchia di oltre trenta anni – laddove per legge avrebbe dovuta essere la più perfezionata (art. 5, comma 3 d. lgs. cit.) – venne smascherata e bocciata dalla Commissione, che mise in guardia il Governo e il Commissario straordinario. All’indomani della relazione, il ministro dell’Interno, facendo propria tale preoccupazione nel preambolo, con l’ordinanza 21/12/1999 n. 3032 “Disposizioni urgenti per fronteggiare l’emergenza ecc., si precipitò ad ingiungere al Commissario delegato di “accelerare la attività di raccolta differenziata” (art.4). A sua volta il ministro dell’Ambiente, allarmatosi, si premurò di far avere al Commissario – che è organo del Governo anche quando questo, come nella fattispecie, lo abbia scelto nella persona del presidente della Regione – la menzionata relazione in data 30/12/1999, con timbro di ricezione 31/12/1999. Il Commissariato, invece, anziché percorrere i binari della normativa europea e italiana di attuazione e cioè invece, di imboccare, come prima cosa, la strada della raccolta e del recupero dei rifiuti, prescrittagli e sollecitatagli dalla Commissione VIA, dal Ministro degli interni e dal Ministro dell’Ambiente, si comportò come se la legge non esistesse. E, negli anni successivi proseguì la sua corsa nel solco della messianica prospettiva che gli impianti di smaltimento da soli (cdr e termovalorizzatori), senza più neppure le discariche legali ormai saturatesi, risolvessero ogni problema. Non tenendo in tutto questo tempo nella benché minima considerazione i rilievi e le sollecitazioni della Commissione parlamentare bicamerale di inchiesta sui rifiuti e i reiterati sequestri di tutti e sette gli impianti di cdr disposti dalla Magistratura penale. Reiterati sequestri, che, col reperimento anche di arsenico oltre la soglia nei rifiuti dei cdr della FIBE, gli avrebbero imposto, a causa del grave e persistente inadempimento, di ottenere la immediata risoluzione del rapporto contrattuale con la detta società. Rapporto invece tenuto ostinatamente in vita per anni e per la cui definitiva rescissione è dovuto, da ultimo e in modo assolutamente inconsueto, intervenire il Parlamento con legge. Il tutto, con l’effetto inevitabile di provocare il deragliamento del ciclo dei rifiuti in Campania e il conseguente disastro ambientale. 7 – Il Commissariato, dunque, anziché ribaltare e correggere secondo legge l’ impostazione illegale del progetto – tutto smaltimento e niente recupero – e per nulla preoccupato della tecnologia superata della società affidataria dello smaltimento, lasciò che la regione scivolasse in quella “emergenza dell’emergenza”, così definita, cinque anni dopo, dal prefetto Catenacci, nella sua audizione del 27/7/2004 avanti alla Commissione bicamerale per i rifiuti. Senza, in questi anni, alcun progresso nella raccolta differenziata e nel recupero. Anzi, la raccolta differenziata, definita dalla Commissione bicamerale per i rifiuti come “sostanzialmente inesistente”, servì unicamente per


 

5 l’assunzione a tempo indeterminato di 2316 dipendenti, che, remunerati con oltre tre milioni delle vecchie lire al mese e con una spesa di 55 milioni di euro all’anno, non facevano niente: “al bar spendono tutti i soldi giocando a zecchinetta”. (sic sempre Catenacci!). La violazione non solo delle norme, ma finanche dei principi che regolano la gestione dei rifiuti e dunque la colpa specifica, al di là delle negligenze rilevabili, hanno determinato il disastro ambientale tuttora in atto, esponendo le popolazioni, le categorie, singoli cittadini al rischio di epidemie e di pregiudizi alla salute: fra tutte le regioni la Campania è buon ultima nelle attese di vita! Esponendo, inoltre, i medesimi soggetti a danni di ogni genere, patrimoniali, morali, biologici, esistenziali, di immagine, cui vanno aggiunti quelli per le spese occorrenti a scongiurare il detto rischio (trasporti di rifiuti anche all’estero, aumenti della TARSU, costi delle bonifiche, storno dei fondi europei, ecc.), oltre all’esposizione al mortificante pubblico ludibrio nazionale e internazionale.


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